La fondazione
Il 28 maggio 1663 “il molt’Illustre et Ecc.mo Sig. Domenico Comelli, Nobile di Bologna e Dottore Collegiato in una e l’altra Legge, della Parrocchia de’ Santi Vitale e Agricola…” con testamento a rogito del notaio Carlo Vanotti disponeva che, a cura dei suoi tre eredi, fosse istituito “un Collegio di giovani studenti cittadini Bolognesi, di buona fama e vita a guisa del Collegio fondato per il già sig. Giovanni Iacobs in questa città di Bologna…” e a questo scopo fossero dagli eredi medesimi depositati al Monte di Pietà “scudi trentamila moneta di Bologna, da non doversi muovere se non per causa della fondazione del predetto Collegio, il quale ha voluto sia nominato a perpetui tempi avvenire il Collegio Comello”.

Il progetto
L’accenno al Collegio fiammingo, che Iacobs aveva fondato poco prima, nel 1650, designando lo stesso Comelli come uno dei suoi tre eredi universali fiduciari, non lascia dubbio alcuno intorno alle intenzioni del testatore: anche il nuovo collegio doveva essere destinato a giovani che potessero “attendere – così si era espresso Iacobs – agli studi delle leggi, o medicina, o di filosofia, o di sacra teologia, et in alcuna di dette scienze farsi valenti”.
Forse il Comelli fu mosso dalla considerazione che per quegli scolari forestieri dello Studio, che il governo amava chiamare ‘figli di Bologna’, numerose erano le istituzioni che si erano venute succedendo e che tuttora erano in vita: duravano infatti in quegli anni i collegi Ancorano per i parmensi, Ferrerio per i piemontesi, Fieschi per i genovesi, Illirico-ungarico per i croati e gli ungheresi, Sinibaldi per i lucchesi, Montalto per i marchigiani, S. Clemente e Vives per gli spagnoli. Per i bolognesi non c’era che il Collegio Poeti, fondato nel Cinquecento, che beneficiava cinque giovani soltanto. Da qui la condizione di ‘bolognesità’ per gli alunni del Comelli.

La sede
Gli eredi di Domenico Comelli, seguendo le istruzioni testamentarie, acquistarono “una grande e nobile casa in Strada Maggiore al civico numero 71”: questa è rimasta sede del Collegio fino al 1922, anno in cui fu venduta, e qui tuttora è leggibile una targa che ricorda la fondazione del Collegio.
Sempre i tre eredi investirono poi il capitale residuo in possedimenti posti negli attuali Comuni di Minerbio e Bentivoglio, che costituiscono la tenuta San Marino, tuttora di proprietà del Collegio, dalla quale il Collegio ha sempre tratto la maggior parte degli utili per la sua gestione.

La storia
Il Collegio fu aperto il 25 novembre 1665 e ben presto, già nello stesso secolo di fondazione, acquistò prestigio e rinomanza e il poter collocare in esso un figliolo era dalle famiglie cittadine reputato onore e fortuna. Durò fino al 1833, anno dal quale i giovani non furono più raccolti e mantenuti nell’antica casa che per oltre un secolo e mezzo li aveva ospitati, ma, con un criterio meglio rispondente ai tempi mutati, lasciati presso le loro famiglie e soccorsi con assegni annui. Fino ad ora quindi il Collegio ha svolto il suo compito istituzionale di assistenza erogando borse di studio. Anche questa forma di assistenza, però, con il passare del tempo e l’affiancarsi di altri sussidi agli studenti da parte dell’Università stessa, non è più stata ritenuta valida da parte della Compadronanza che, recentemente, ha stabilito di trasformare le borse di studio in premi di laurea.

Compadroni
Per disposizione testamentaria la gestione del Collegio veniva affidata ai tre eredi del Fondatore (i “Compadroni”) e, “in perpetuo per i tempi futuri”, ai loro rispettivi eredi. Così è stato, fino ad arrivare ai giorni nostri, per due degli eredi. Per il terzo, trattandosi del monastero delle reverende Monache dei Santi Bernardino e Marta di Bologna, soppresso in epoca napoleonica, varie vicende hanno portato a far parte della Compadronanza, come ‘Compadrone 1^ Voce’, lo Stato Italiano, rappresentato dal Ministero dell’Istruzione che nomina, ogni tre anni, un ‘delegato governativo’.
Bisogna dire che il sentimento che indusse Domenico Comelli a fondare il Collegio si è mantenuto sempre vivo negli esecutori della sua volontà, dai primi tempi fino ad oggi. Dacchè l’istituzione vive, le persone che si sono succedute nella sua amministrazione, anche se diverse per cultura, idee, condizioni sociali, sono state dominate da uno stesso pensiero, da un’aspirazione comune: fare che questi giovani si mostrino degni del beneficio ricevuto, onorando con lo studio, e poi con l’attività lavorativa, il Collegio, l’Università e la città di Bologna.

Alunni
Vanto del Collegio Comelli è quello di avere in ogni tempo aperto la via a giovani di molto valore che non avrebbero potuto compiere gli studi superiori e onorare se stessi e Bologna senza un così valido aiuto. Generalmente gli alunni hanno concluso – e concludono tuttora – i loro studi con una laurea a pieni voti. In ogni professione si ricordano tra i migliori non pochi alunni del Collegio: parecchi di essi hanno raggiunto per il loro merito alti uffici nella città e nello Stato. Quell’esortazione al “farsi valere” è stata seguita dalla maggior parte degli alunni del Collegio, dimostrandosi, oltre che un auspicio, uno sprone. A tale proposito è interessante leggere quanto è scritto, con lo stile pomposo del tempo, nel Proemio ai nuovi Capitoli del 1774: “Essi [gli alunni] non meno nelle scuole, che nelle dispute, e nelle letterarie Accademie, e adunanze di persone ben colte si sono fatti distinguere giovani studiosi, di talento e dotti; per modo che nell’assumere poscia la laurea dottorale in questa nostra celebre e famosa Università di Bologna, secondo l’obbligazione ingiuntali dal fondatore, hanno dato saggio della loro virtù, e del moltissimo profitto fatto nelle scienze, con applauso universale, giubilo e decoro, così di loro medesimi, che eziandio dello stesso Collegio. Anzi, la massima parte di essi è giunta dipoi a discendere le Cattedre; ad occupare i posti de’ Dottori di Collegio, ed a conseguire le prime dignità, non che nella propria Patria, ma ne’ Paesi eziandio stranieri”.

 

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